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recensione di Rudi Capra
8.0/10

Nome più acclamato tra i registi coreani di nuova generazione, Na Hong-jin si è imposto alla ribalta firmando regia e sceneggiatura di due thriller cupi e incalzanti, "The Chaser" (2008) e "The Yellow Sea" (2010). Dopo una lunga pausa, ripropone in "Goksung" (2016) una visione tetra e pessimista della modernità, componendo un horror che ibrida stilemi del genere (spettri, diavoli, possessioni, morti viventi, esorcismi…) e generi stessi, spaziando dalla black comedy al thriller, al poliziesco, in un’ottica satirica e fortemente critica delle istituzioni.

"Goksung - La presenza del diavolo" si apre con una doppia citazione evangelica. La prima, testuale, ricorda come gli apostoli avessero scambiato il Cristo risorto per uno spettro (Lc 24). La seconda, visuale, mostra un turista giapponese (Jun Kunimura) intento a pescare nel villaggio coreano di Goksung, allacciandosi alla parabola del "pescatore di anime" (Lc 5). Cut, titoli di testa. Un fitto piovasco cade sull’abitazione di Jong-goo (Kwak Do-won), ufficiale di polizia chiamato nel cuore della notte a esaminare la scena del crimine: un uomo ha sterminato la propria famiglia e siede inebetito contro una colonna, ricoperto di piaghe purulente. Non è stato il primo e non sarà l’ultimo evento disturbante. Un escursionista scorge nella foresta un uomo che divora le viscere di un cervo. Altri omicidi. Una testimone biancovestita sparisce all’improvviso. Donne nude vagano nel temporale. Le piaghe si diffondono con crescente virulenza. Convinto di avere identificato la causa delle anomalie, Jong-goo visita lo straniero giapponese. Nella sua casa alle pendici del bosco scopre altarini, ceri, amuleti, fotografie di persone decedute o scomparse e la scarpa della figlia, la piccola Hyo-jin (Kim Hwan-hee), che da quel momento inizia a comportarsi in modo strano.

Rarefatte le gag slapstick e i dialoghi demenziali della prima parte, "Goksung" vira in direzione di un pessimismo a tinte crude di sapore friedkiniano, culminato in un esorcismo sciamanico spettacolare che vale da solo il prezzo del biglietto e prenota un posto di rilievo nella galleria antologica delle scene più iconiche del genere. La cinematografia di Hong Kyung-pyo (palmarès invidiabile: "Mother", "Snowpiercer", "Parasite", "Burning"), si avvale in prevalenza del nitore grezzo della luce naturale per trasfigurare lo spazio rurale di Goksung in una dimensione anacronistica, da leggenda o parabola; e rinfocola il senso di tragedia imminente in un balenare notturno di ceri, di falò, di lampioni o fanali nella pioggia. La regia procede con la garbata discrezione di un ospite all'assemblaggio di un profilmico insediato da invisibili frulli, fruscii, gatti che saltano sul tetto, lamenti (wailing, il titolo inglese). La sistematica e accorta violazione (anche lieve) del campo/controcampo induce un senso latente di incomunicabilità che si diffonde con l'impercettibile assiduità di un contagio.



Ma più ancora che incomunicabile, lo spazio di Goksung è indecidibile. Infatti il "difetto tragico" (hamartia) dei personaggi (il tratto caratteriale che li porta alla rovina) è l’incapacità di distinguere il bene dal male, complice l’abilità mimetica dei demoni e l’inversione del valore simbolico di alcuni elementi naturali o cromatici – diavolo e sciamano vestono bianco mentre il corvo, dalle piume nere, è araldo benigno dello spirito del villaggio. Il nichilismo mina anche il prestigio di istituzioni e religioni tradizionali: se il cattolicesimo coreano appare debole, incerto e impotente come il von Sidow de "L’esorcista", sciamanesimo e buddhismo ne escono anche peggio. Basti pensare che il diavolo (akuma) viene ritratto nell’iconografia del primo patriarca Zen (daruma).

"Goksung" si pone dunque anche come riflessione critica sulla Corea contemporanea, paese in cui la violenza scaturita dall’occupazione giapponese si manifesta sia a livello istituzionale per mano di una polizia corrotta e ignorante (vedi alla voce "Memories of Murder"), sia tra la gente comune come pulsione xenofoba.

A dispetto della sceneggiatura – rimpinzata e dondolante come un’oca da foie gras – "Goksung" figura per estetica, densità ermeneutica e bravura degli interpreti come uno dei titoli horror più interessanti dell’ultima decade. Oltre il debito palese con il cinema coreano, bisogna sottolineare una certa affinità con alcune soluzioni formali del thriller hollywoodiano contemporaneo; nello specifico, l’uso climatico del cross-cutting nei punti nodali del racconto ricorda Nolan. Na si conferma un autore audace e un talento visionario con questa riflessione eclettica sull’ubiquità del male e sulla potenza virale della sua diffusione.


03/06/2020

Cast e credits

cast:
Kwak Do-won, Hwang Jeong-min, Chun Woo-hee, Jun Kunimura, Kim Hwan-hee, Jang So-yeon, Her Jin


regia:
Na Hong-jin


titolo originale:
Gokseong


distribuzione:
Eagle Pictures


durata:
156'


produzione:
Side Mirror, Fox International, Production Korea


sceneggiatura:
Na Hong-jin


fotografia:
Hong Kyung-pyo


scenografie:
Cheong Jai-hoon


montaggio:
Kim Sun-min


costumi:
Chae Kyung-hwa


musiche:
Jang Young-gyu, Dalpalan


Trama
L'arrivo di un turista giapponese innesca una serie di eventi disturbanti nel villaggio coreano di Goksung. Un uomo stermina la propria famiglia. Un escursionista scorge nella foresta un uomo che divora le viscere di un cervo. Altri omicidi. Una testimone sparisce. Donne nude vagano sotto il temporale. Si diffonde una malattia sconosciuta. L'ufficiale di polizia Jong-goo si mette a indagare 
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