CAST & CREDITS

cast:
Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Will Poulter, Domhnall Gleeson

regia:
Alejandro González Iñárritu

distribuzione:
20th Century Fox

durata:
156'

produzione:
New Regency Productions, RatPac Entertainment

sceneggiatura:
Alejandro Gonzalez Inarritu, Mark L. Smith

fotografia:
Emmanuel Lubezki

scenografie:
Jack Fisk

montaggio:
Stephen Mirrione

costumi:
Jacqueline West

musiche:
Ryuichi Sakamoto, Carsten Nicolai, Bryce Dessner

Revenant - Redivivo | Recensione | Ondacinema

Revenant - Redivivo

di Alejandro González Iñárritu

drammatico, avventura, western, Usa (2015)

di Matteo Pernini

Voto: 6.0

Nord Dakota, 1823. Durante una spedizione di cacciatori di pellicce, Hugh Glass (Leonardo DiCaprio) è ridotto in fin di vita dall'attacco di un grizzly. Il capitano della compagnia decide di tornare al forte e lascia tre dei suoi uomini a proteggere il moribondo. Seccato dall'incarico e impaurito dall'idea di attacchi indiani, l'ambiguo Fitzgerald (Tom Hardy) uccide il figlio di Glass sotto gli occhi del padre e fugge col compagno. Ma Glass sopravvive e si mette in cammino in cerca di vendetta.

La forza di un film come "Revenant - Redivivo" è cerimoniale; e vorremmo aggiungere, possibilmente senza ironia, di rito hollywoodiano. In esso tutto si raccoglie e ordina sulle linee di campo di una imposta volontà autoriale, che annette a sé ciascuna idea, divorandola come la gravità di un buco nero. Ogni sguardo in macchina, ogni svolta dell'intreccio, ogni citazione, angolo di ripresa o long take adombra una tensione progettuale che, anziché risolversi in movimento interno, guarda fuori da sé, al gusto festivaliero.
Non si creda, però, di leggere in queste righe l'accusa al regista di aver concepito il progetto a tavolino. Crediamo, anzi, che Iñárritu sia stato capace di far coincidere il film con le proprie personalissime ambizioni, con la veste spudorata e magniloquente che certamente aveva sognato per il racconto. Il fatto, poi, che questa visione traduca senza sforzo le attese dell'Academy è, forse, l'inevitabile conseguenza di un immaginario ormai imbrigliato nelle reti della consuetudine produttiva.

Si comprende, allora, il corteo di maestranze che sfila sui titoli di coda: la fotografia di Emmanuel Lubezki, le scenografie di Jack Fish, i costumi di Jacqueline West - tutti collaboratori malickiani - sono altrettanti incentivi al realizzarsi di un'ambizione, che non promana più dal solo regista, ma si frange in una mescolanza di contributi eterogenei. E se il valore di ciascuno è in sé indiscutibile, non sempre il loro accordo serve come dovrebbe la materia filmica. In questo disordine ravvisiamo la chiave del cinema multiforme di Iñárritu, che, come "La cosa" di John Carpenter, muta aspetto al variare delle frequentazioni.
In origine segnata dalla scrittura di Guillermo Arriaga - cui si devono i garbugli narrativi e le studiate esasperazioni di "21 grammi", "Amores Perros" e "Babel" - l'opera del regista messicano ha di recente incrociato la pregevole tavolozza di Lubezki, fino a lasciarsene informare, a ridursi a suo ostaggio.
Di questa istintiva cattività rimane traccia già nell'incipit, quando la furia degli Indiani Ree si abbatte con la violenza di una bufera sull'accampamento dei trapper. Assistiamo a un massacro, ma la visione ci incanta con la leggerezza sospesa di un balletto. La macchina da presa di Iñárritu si libra senza peso tra i cadaveri, schiva con precisione la rete di saette che fende l'aria, ci immerge con perfida dolcezza in questa danza di morte, per poi appuntarsi, sfacciata, sui dettagli più cruenti. Ma di chi è, allora, lo sguardo che corre per i boschi, si aggrappa senza sforzo a un cavallo in corsa e viene disarcionato? A chi appartiene quest'occhio che confonde i punti di vista e salta con indifferenza da una prospettiva all'altra, ora tra gli indiani, ora tra i cacciatori di pellicce? Vogliamo azzardare un'ipotesi; che, cioè, in questa libera visione Iñárritu abbia metamorfizzato - più o meno consapevolmente - lo sguardo di una natura tutta intenta a scrutare le vicende umane senza parteciparvi. Ma a differenza della matrigna leopardiana, "antica" e "onnipossente", che dichiarava al povero islandese la sua noncuranza per i casi degli uomini, la Natura di Iñárritu, spettatrice indiscreta, si fa spazio a gomitate per trovare il punto di vista più spettacolare.

A dispetto della marginalità dei richiami, come pure dello sporadico allargarsi di visioni al limite della citazione, ci sovveniva di continuo, durante il film, quel vecchio adagio con cui François Truffaut apriva un articolo su "Charlotte et Véronique": "Amo i movimenti di macchina di Alain Resnais, detesto, però, i movimenti alla Resnais. Amo i lampi di follia di Georges Franju, detesto le trovate degne di Franju". Vorremmo sottoscriverlo, a patto di sostituire Resnais con Terrence Malick e Franju con Andrej Tarkovskij. Se già le ellissi, i dettagli a tutto schermo, quei lampi della memoria, quelle visioni degne di un concorso di National Geographic non si lasciavano ammirare senza dispetto, l'apparizione di una Cattedrale in rovina a soccorrere la passione del protagonista è l'affondo decisivo al film, che scopre il fianco e si immerge nel rito della citazione ossequiosa, da sempre viatico ai plausi festivalieri. Quisquilie, si dirà; osservazioni inutili nell'economia di un'opera centrata sull'ansia di vendetta. Al contrario, è in quei momenti che il film si svela, è in essi che va cercato il suo valore, vero o presunto.
Di nuovo, non pensiamo che Iñárritu sia in malafede. Anzi, quando nelle interviste invoca i nomi di Tarkovskij, KurosawaHerzog e Coppola, quando rivendica con foga l'afflato spirituale del suo lavoro, persino quando ribadisce - pur smentito - di aver girato in ordine cronologico per favorire l'immedesimazione degli attori, gli crediamo. Ma gli esiti non sempre procedono dalle intenzioni e, al netto delle immagini, qualcosa deve essere saltato nella messa in scena del progetto. Temiamo che possa trattarsi proprio del cinema, del suo linguaggio, qui mai aderente al tessuto del film, ma sempre a esso esterno, quasi un ornamento. Significativo, in tal senso, l'abbandono del long take, che poteva/doveva costituire l'asse portante del film ed è, invece, ridotto a un balocco per sbalordire il pubblico. Che una tale rinuncia sia stata indotta da esigenze produttive o sia legata alla difficoltà di gestire in pianosequenza i tempi serrati della seconda metà del film, è indubbio che essa rompa la simmetria del racconto, fino a renderlo sbilenco. E in tutto questo il cinema rimane un artificio, un trucco da estrarre a piacere dal cilindro per incitare la meraviglia degli astanti.

E poi c'è lui, Leonardo DiCaprio. Si era detto che "Revenant - Redivivo" sarebbe stato il suo film; è così solo in parte. Senza negare l'intensità della sua partecipazione ai tormenti di Glass, è indubbio che il personaggio rimanga estremamente vago nel corso del racconto, appiattito dal peso di una mistica inconsistente, con cui neppure riesce a entrare in contatto. Quale sia il nucleo della sua coscienza ci rimane ignoto, possiamo solo afferrarne la fermezza e una discreta dose di monomania. Meglio il Fitzgerald di Tom Hardy, la cui suggestiva animalità non trova, però, sufficiente riscontro nel pedissequo campionario di tic inscenato dall'attore.
Due momenti, infine, ci hanno favorevolmente impressionato: l'attacco dell'orso e un rapido scambio di sguardi. Il primo è un vigoroso e crudele pezzo di cinema, l'unico, probabilmente, di questo "Revenant - Redivivo" destinato a insidiarsi nella memoria. Il secondo è un gesto invisibile, una rapida occhiata tra Glass e l'indigena di etnia Ree sul finale. Ne aggiungiamo un terzo: la carica dei lupi sulla mandria di bisonti.

A dispetto delle note peripezie produttive e dei maldestri vezzi autoriali, "Revenant-Redivivo" è un film molto più ordinario di quanto appaia, tutto teso a inscenare un nutrito campionario di convenzioni assortite sull'epica dei frontiersmen.
Tra i suoi numi tutelari in questa operazione Iñárritu ha voluto citare l'Herzog di "Aguirre, furore di Dio", ma quel che là è vivo e pulsante, è qui debole e schematico. In Herzog la visione è instabile, l'equilibrio precario, siamo costantemente aggrediti dalla sensazione che tutto possa accadere e non sappiamo se il pericolo verrà dalla Natura, dal regista o dall'attore Klaus Kinski; siamo circondati e senza via di scampo. In Iñárritu tutto procede secondo i canoni, tutto è controllato e ordinato con prudenza in un racconto di rivalsa.
Non si tratta necessariamente di limiti e non dubitiamo che l'opera risulterà godibile sul grande schermo, ma innanzi alla mole di riconoscimenti cui il film sta andando incontro non possiamo fare a meno di domandarci cosa resterà dell'opera di Iñárritu. Forse nulla. Godiamocela, allora, alla stregua di uno spettacolo circense in tv: coinvolgente in prima battuta, tedioso nelle repliche.