Giovanni Tortorici, classe 1996, esordisce alla regia/sceneggiatura con “Diciannove”, presentato nella sezione Orizzonti del Festival di Venezia 2024 e poi uscito nelle sale, sottotraccia, nel febbraio successivo. L’opera, dalla matrice autobiografica, ambientata tra il 2015 e il 2016, si caratterizzava per l’acido e nevrotico ritratto di un giovane al primo anno di università: un ufo nel panorama nostrano, sia a livello di genere cinematografico che di personaggi e situazioni rappresentate.
Sempre sotto l’egida del produttore Luca Guadagnino (di cui era stato regista di seconda unità per la serie “We Are Who We Are”, non a caso con protagonisti adolescenti), Tortorici realizza la sua opera seconda con “Ketticè”, presentata in concorso al Festival di Locarno e dal 3 settembre nelle sale. Partendo nuovamente da una dimensione autobiografia (la storia è ambientata a Palermo nel 2012 e il suo protagonista ha 16 anni), il film racconta le vicende di Giulio, rampollo di una ricca famiglia, che vive in una magione lussuosa con una madre e un padre distanti, frequentando con poco impegno un liceo privato. Dopo essere stato lasciato dalla fidanzatina, passa la maggior parte dei pomeriggi fumando e chiacchierando con la Ketty del titolo, giovane intraprendente e di provenienza popolare.
Immediato leggere “Ketticè” come un prequel di “Diciannove”, in particolare per quanto riguarda i suoi protagonisti. Entrambi sono gagliardi di spirito e integrati nel loro microcosmo, da cui però scelgono volutamente di rimanere distaccati, senza per questo diventare loser o incendiari. Personaggi dal carattere spigoloso verso cui, nonostante la vicinanza del loro autore, non è scontato provare empatia, così da far emergere tutta la complessità interiore che l’adolescenza porta con sé. Giulio predilige l’amicizia con Ketty a quella dei pari maschi e alle avance di un’altra ragazza, rivelando sentimenti molto confusi che la storia, pregevolmente, non risolve. La sua relazione con una ragazzina che lo lascia nella prima scena appare dettata dalla pressione sociale, e infatti appare sollevato dalla notizia della rottura. Poco dopo si scambia un fugace, quanto intenso, sguardo con un amico d’infanzia: il potenziale sbocco omosessuale della storia viene lasciato in sospeso, come una via che Giulio non vuole affrontare, almeno per il momento. La sua amicizia (?) con Ketty appare dunque in primis come una ricerca di un rapporto sincero e confidenziale, al posto di amicizie estemporanee o relazioni affettive solo di facciata. Ma anche un rifiuto del suo milieu altolocato, delle pressioni dei suoi genitori che lo vorrebbero topo da biblioteca e delle consuetudini associate al suo genere e alla sua età: per stare con lei smette di frequentare gli allenamenti di calcio. Il finale aperto rilancia invece il suo desiderio sessuale, con soggettive che frammentano il corpo femminile di una giovane insegnante di ripetizioni, riallacciandosi ai codici ancestrali del male gaze e dunque apparentemente tradendo quanto mostrato in precedenza. O semplicemente rilanciando la confusione del giovane, che ancora non sa chi e cosa vuole essere.
In questa dimensione, “Ketticè” riprende, ribaltandole, le coordinate narrative di “La schivata” (A. Kechiche, 2003). Il siciliano con cui i personaggi parlano tra di loro corrisponde alla lingua delle banlieue parigine dei giovani di origini araba del film di Kechiche, dichiarazione identitaria nel rifiuto all’italiano standard che usano solo in classe e coi genitori. Ne “La schivata” il testo di Marivaux che i personaggi recitano in aula funge da maschera di classe alta che indossano durante la performance ma poi sono costretti ad abbandonare fuori da essa, nell’impossibilità di trascendere la propria condizione socio economica. In Tortorici invece i protagonisti hanno a disposizione ingenti risorse, tra piscine e auto, ma per scelta adottano in ogni situazione uno stile di vita e un linguaggio basso ventrale che possono manifestare liberamente: le imposizioni delle autorità familiari e scolastiche sono molto, troppo leggere per poterli irregimentare.
Per Giulio, il passaggio tra le due dimensioni viene esplicitato soprattutto dalla colonna sonora, in gran parte diegetica. Nelle prime scene ascolta alcuni noti brani internazionali dell’inizio degli anni ‘10 (“Right Round”, “Spaceman”, in un nostalgico e sentimentale tuffo nel passato per chi, come lo scrivente, è coetaneo del regista). Poi è Ketty a introdurlo a brani di artisti locali in dialetto, in particolare quelli di Gianni Vezzosi, che a un certo punto del film si esibisce nei panni di se stesso, in un passaggio che parrebbe girato da Franco Maresco. Che qui, in linea con quanto analizzato poc’anzi, non è ben chiaro se sia da prendere come una satira o una celebrazione.
Fondamentale in questo senso il rilievo che il film dà all’ambientazione, aprendosi con uno sguardo dall’alto su Palermo, di cui poi sono citati e riconoscibili i quartieri che i personaggi attraversano, passando da quelli ricchi in cui abitano coi genitori a quelli più popolari in cui prendono l’erba e in cui passano gran parte delle giornate. Tortorici evita il rischio di cadere in macchiette e stereotipi: Ketty fa un breve accenno a uno zio in carcere per questioni di mafia, ma la questione non viene successivamente ripresa. Come a dire: i problemi sono presenti ma il cuore della narrazione è un altro. Se l’uso del siciliano innesta le vicende in un contesto inequivocabilmente locale, le dinamiche e i sentimenti che racconta sono universali, come attesta il ruolo in primo piano dei social (all’epoca Facebook, ma in fondo con dinamiche simili a quelle che oggi ritroviamo su Instagram) nell’influenzare e nel costruire le personae e le relazioni dal vivo, tra il significato (intenzionale o percepito) di un like a una foto o la miccia che accende un messaggio in privato, a Palermo come in qualsiasi altra parte del mondo.
La vicinanza anagrafica e autobiografica di Tortorici, trentenne palermitano, verso i personaggi e le vicende narrate, incastonate con precisione nella loro epoca e nel loro ambiente, rimane dunque il fattore decisivo dell’operazione. Allo stesso tempo questa non gli impedisce di ritrarre giovani non certo esemplari e di affrontare con lucidità, e senza farne un reportage scandalistico, la spinosa questione dell’(ab)uso di droghe. Giulio inizia a fumare diverse canne ogni giorno, mentre anche i suoi coetanei sono desiderosi di provare qualsiasi sostanza. Tortorici la racconta come un’esperienza di divertimento, un cazzeggio positivo, un’occasione per creare un rapporto sincero con Ketty. Fino a quando la routine si fa bisogno impellente e cominciano a emergere gli effetti nocivi sulla percezione di Giulio, messi in scena attraverso ralenti e split screen figli di Aronofsky, che ben trasmettono l’allentamento psicofisico e la conseguente e progressiva perdita di lucidità. Il regista finisce però per abusare di questa soluzione anche in scene “sobrie” (le partite di calcio, un bacio all’improvviso) con un senso di artificialità che collide con il ritratto quotidiano delle giornate dei personaggi e lo spirito realista dell’operazione. La sua regia tende poi a delineare spesso un’immagine costruita, a volte fine a se stessa, tra angolazioni oblique e inquadrature dal basso, nell’ostentata volontà di una marca stilistica personale che finisce per volgere a suo svantaggio, con un senso di straniamento per lo spettatore. Cosi come non è a fuoco il ritratto della madre del protagonista, interpretata da Monica Bellucci. Un ruolo che abbiamo visto fare diverse volte a Valeria Bruni Tedeschi (“L’arte della gioia”): una donna schizzata e senza qualità, sposata con un uomo ricco e ridotta ad angelo muto del focolare. Coordinate che in “Ketticè” la rendono vittima di un facile stereotipo che tradisce lo sguardo poco accondiscendente del regista nei suoi confronti.
Uscito a pochi mesi dal (ancora di più) notevole “Un anno di scuola” di Laura Samani, “Ketticè” si pone come un rinnovato esempio della volontà di emergenti cineasti di dare prestigio a un genere, il teen movie, che in Italia non è mai stato preso seriamente in considerazione o ritenuto degno di una visione autoriale, sulla scia di alcune serie (“Skam Italia”, “Prisma”) che negli anni precedenti hanno aperto la strada a quanto in altri Paesi è già assodato da tempo (si pensi agli Usa con John Hughes o alla Francia con Eric Rohmer, giusto per citare due nomi di rilievo). Se Samani gioca esplicitamente con le coordinate narrative del genere (le lezioni, le avventure tra amici, i fugaci amori) a cui applica uno sguardo femmili(ista), Tortorici invece nei suoi due lungometraggi intraprende un percorso idiosincratico verso codici e modelli, rivelando allo stesso tempo un approccio ancora acerbo, in sintonia con i suoi protagonisti.
30/08/2026