Ondacinema

recensione di Gabriele Nanni
8.0/10

"Per paura degli uccelli canori del santo mese di Ade."
È con queste parole che si apre e si chiude l'ultima pellicola di Pupi Avati, a chiarire fin da subito la centralità del tema della Morte all'interno del film. Come viene esplicitato durante la narrazione, essa è attribuita a Bacchilide, o meglio ancora a Pindaro che a sua volta la "ruba" all'autore originale rielaborandola nelle sue opere e aggiungendoci un tocco personale.

"L'orto americano" è uno di quei casi, quindi, dove l'incipit non si limita a suggerire una possibile chiave interpretativa dell'opera ma funge da vera e propria dichiarazione d'intenti riguardo quello a cui di lì a poco si assisterà, ovvero lo svisceramento del tema della morte. Quest'ultima e la paura di essa vengono così rappresentate secondo la poetica del regista, consegnando al pubblico qualcosa di personale ma che muove i suoi passi a partire da una nozione che, invece, di originale ha poco o nulla, venendo la morte rappresentata nell'arte ormai da millenni. Un po' come fa Pindaro con Bacchilide, dunque, Avati "ruba" a mani basse dall'immaginario collettivo, rielaborandolo e incorporandolo alla propria estetica.
E' curioso come un'altra valida opera distribuita quest'anno nelle sale cinematografiche italiane si proponga di fare lo stesso e arrivi, come si vedrà, a simili conclusioni de "L'orto americano" percorrendo, però, strade diverse da quest'ultimo, ovvero "The Shrouds – Segreti Sepolti" di David Cronenberg. La differenza più evidente tra i due lavori è l'ambientazione: laddove il maestro canadese del body horror sceglie di dipanare l'intreccio della trama in una Toronto contemporanea e iper-tecnologica, con alcune città europee raggiunte solo virtualmente grazie all'utilizzo di smartphone e tablet, il regista de "La casa delle finestre che ridono" preferisce tornare indietro nel tempo, più precisamente all'autunno/inverno del 1946, e collocare gli eventi tra gli Stai Uniti d'America (Davenport, Iowa) e l'Italia (Bologna-Ferrara) raggiungendo però ciascuno di questi luoghi fisicamente.

Infatti, il protagonista de "L'orto americano", il cui vero nome rimane sconosciuto allo spettatore e che viene interpretato da un ottimo Filippo Scotti, abita a Bologna. Sul finire della Seconda Guerra Mondiale si innamora perdutamente di un'infermiera dell'esercito americano con cui scambia uno sguardo fugace e, nel 1946, si trasferisce a Davenport, sfruttando una sorta di scambio interculturale universitario possibile grazie ai fondi del Piano Marshall. Qui, sorprendentemente, scopre che la sua anziana e in parte invalida vicina di casa altro non è che la madre dell'infermiera di cui il protagonista è innamorato e viene così a sapere il suo nome, Barbara Squillante, nonché che molto probabilmente ella è morta qualche anno prima in circostanze misteriose.
Avati introduce, nella sezione iniziale del film, il tema del tradimento delle immagini, cardine di "The Shrouds – Segreti Sepolti", ed evidente in due scene. Nella prima, il protagonista che si dichiara scrittore si sistema alla postazione da lavoro ed estrae dalla sua borsa una sorta di cornice-raccoglitore di fotografie dove sono conservate le effigi dei parenti defunti. Egli sembra addirittura percepire le loro voci, da quanto i ritratti di famiglia per lui sono vividi, ma è solo un'illusione poiché i parenti non sono lì con lui, sono morti, e di loro restano solo sfocate rappresentazioni artificiali in bianco e nero. Nella seconda, la madre di Barbara viene osservata dal protagonista mentre riguarda vecchi filmati della figlia che, in spiaggia, manda baci in direzione della macchina da presa, sorridente in tutta la sua giovinezza. Le immagini in movimento consegnano all'anziana signora l'inganno che Barbara sia ancora lì con lei, ma la celluloide si rivela essere solo un surrogato, non potendo restituire alla spettatrice il calore del corpo dato dal suo contatto fisico. Sia la donna che il protagonista sono quindi traditi dalle immagini, le quali sono sì in grado di rievocare nostalgiche memorie nell'osservatore ma al contempo deluderlo fornendogli un'esperienza solamente parziale del ricordo.

Sempre nella parta iniziale de "L'orto americano" viene introdotto l'altro grande inganno mediale presente nella pellicola, invero questa volta affrontato solo di riflesso nel lavoro di Cronenberg, e cioè il tradimento del linguaggio. A un certo punto della narrazione, il protagonista inizia a percepire una tenue voce nella notte che implora il suo aiuto e, seguendola, scopre che essa proviene dal sottosuolo dell'orticello dietro la casa della sua vicina. Scavando nel punto incriminato egli trova un vaso di vetro a tenuta stagna, di provenienza italiana e riempito con un liquido torbido sulla cui etichetta sono scritte enigmatiche e auliche parole. Per cercare di indovinarne il vero significato, egli si affida al prete della comunità locale, il quale riesce a ricondurre parte del messaggio a Bacchilide, per poi ricordarsi che in realtà si possa trattare di Pindaro che copia Bacchilide. I due scoprono così di avere a che fare con un messaggio cifrato, dove le parti da eliminare per ottenerne il senso sono date proprio dagli scritti di Pindaro. Questo indovinello non serve solo da espediente narrativo per aumentare il senso di mistero e tensione che aleggiano sull'opera per tutta la sua durata, bensì ha anche una funzione semantica.
Se non si può più fare affidamento sulle immagini, rimangono le parole per descrivere la realtà intorno a noi ma, quando anche il linguaggio smette di essere efficace perché facilmente manipolabile, all'uomo non rimane più nulla per cercare di spiegare la sua esistenza. Si ritrova solo davanti alla morte e al suo mistero, senza essere in grado di darle un significato che non sia prettamente biologico e/o scientifico, e questo senso di impotenza pervade l'atmosfera de "L'orto americano" dall'inizio fino alla sua conclusione.

Un altro elemento, questa volta più meta-testuale del precedente, che conferma l'importanza della riflessione sul linguaggio, è dato da una particolare scelta di recitazione e casting. Quando il protagonista del film si reca a Ferrara sulle tracce di una Barbara molto probabilmente morta, egli pernotta presso un piccolo albergo chiamato Pensione Doris. L'omonima proprietaria, interpretata da Chiara Caselli, si rivolge apertamente al protagonista senza nascondere la sua "R" moscia, strascica molto le battute e come se non bastasse condisce il tutto con un marcato accento del luogo. Riesce dunque molto difficile capire cosa Doris dica al protagonista e non è un caso che parte delle informazioni che la locandiera rivela al ragazzo riguardino proprio possibili narrazioni alternative circa la dubbia fine di Barbara. Un po' come a voler ribadire che del linguaggio e delle parole non ci si può mai fidare fino in fondo, nonostante certi discorsi e dietrologie possano sembrarci, anche in ultima analisi, logici e non privi di fondamento.

Secondo grande tema che "L'orto americano" condivide con "The Shrouds" è la rappresentazione che entrambi forniscono dell'elaborazione del lutto: per ambedue i registi essa coincide con un progressivo distaccamento dalla realtà e una degenerativa discesa nella paranoia. Man mano che l'intreccio di Cronenberg procede, infatti, il suo protagonista si ritrova sempre più spesso ad andare in over-thinking, a credere che qualcuno stia complottando contro di lui nonché a non sapere di chi fidarsi. Chi vive un trauma, sovente sviluppa meccanismi di difesa per evitare che si ripeta e, al tempo stesso, cerca spiegazioni razionali al dolore subito. La combinazione di queste reazioni, col tempo, può innescare un circolo vizioso che sfocia nella paranoia: uno stato in cui il confine tra reale e immaginario diventa incerto. Da questa confusione è difficile uscire perché la mente continua a cercare di nutrirsi di false conferme che rafforzano l'iper-razionalità. Al protagonista de "L'orto americano" succede esattamente questo: incapace di accettare la morte precoce dell'amata, la sua psiche comincia a suggerirgli possibili scenari alternativi che la vedrebbero invece ancora viva, il suo potenziale assassino addirittura vittima e non carnefice. Tutte tecniche atte a fargli affrontare il lutto a piccoli passi, con lo spettro del manicomio e di una eventuale pazzia sempre dietro l'angolo.

La grandezza del film di Avati, tuttavia, sta nella capacità di preparare il terreno in modo credibile alla possibilità di significati non univoci bensì molteplici e il finale ne fornisce proprio la conferma. Poco prima che ricompaia sullo schermo la frase "Per paura degli uccelli canori del santo mese di Ade" (che alla luce delle considerazioni fatte finora, può tranquillamente essere parafrasata in "Per paura della Morte e del lutto"), il protagonista si ritrova presso una casa dove gli è giunta voce abiti un'infermiera americana ed è lì per chiedere ulteriori informazioni riguardo Barbara. È la posizione di questa casa a essere rivelatrice - almeno per chi scrive - delle plurime interpretazioni che possono esserci a proposito de "L'orto americano". Essa si trova infatti nei pressi della foce del Po, dove l'acqua dolce del fiume si fonde con l'acqua salata del mare. Fuor di metafora, la casa dell'infermiera è un non-luogo presente solo nella mente del protagonista, dove la realtà risulta indistinguibile dalla fantasia tanto quanto lo è l'acqua dolce da quella salata alla foce di un fiume. E non a caso presso quell'abitazione si presenta su una vettura un personaggio del quale si tace in questa sede l'identità per evitare di fare spoiler ma che, a conti fatti, avrebbe tutte le carte in regola per essere solo frutto dell'immaginazione del protagonista. Egli sorride beffardo a quest'ultimo, come a ricordargli che il suo percorso di accettazione del lutto è ben lungi dall'essere concluso e che ancora per qualche tempo dovrà fare i conti con le sue paranoie.

Concludendo, non può non essere elogiata l'elegante fotografia in bianco e nero di Cesare Bastelli: caratterizzata da fortissimi contrasti, atti a esaltare i volumi degli oggetti e le ombre sui volti, contribuisce al pari della colonna sonora alla creazione dell'atmosfera gotica del film. E a proposito del bianco e nero, qualche anno fa Andrew Dominik optò per la fotografia in monocramia nella realizzazione di "One More Time with Feeling", documentario dedicato a Nick Cave alle prese con la registrazione di "Skeleton Tree", album nato dal lutto per la morte del figlio quindicenne. Nel film Cave descrive il trauma come un elastico che, più si cerca di allontanarlo da sé, più questo ritorna al portatore con maggiore forza. È un'osservazione che ci sembra adattissima anche al protagonista de "L'orto americano" e al senso ultimo dell'operazione di Pupi Avati.


25/08/2025

Cast e credits

cast:
Filippo Scotti, Rita Tushingham, Roberto De Francesco, Armando De Ceccon, Chiara Caselli, Massimo Bonetti, Morena Gentile, Mildred Gustafsson


regia:
Pupi Avati


titolo originale:
L'orto americano


distribuzione:
01 Distribution


durata:
107'


produzione:
Duea Film, Minerva Pictures Group, RAI Cinema


sceneggiatura:
Pupi Avati, Tommaso Avati


fotografia:
Cesare Bastelli


scenografie:
Biagio Fersini


montaggio:
Ivan Zuccon


costumi:
Beatrice Giannini


musiche:
Stefano Arnaldi


Trama
Un giovane problematico si innamora di un'ausiliaria militare americana nell'Italia del dopoguerra. Un anno più tardi si trasferisce, per scrivere il suo sesto romanzo, nel Midwest americano, di fianco alla casa della di lei madre anziana - separata da un sinistro orto.