Mommy

Mommy


Xavier Dolan

Drammatico | Canada
(2014)
Il Grand Prix ricevuto all’edizione numero 67 del Festival di Cannes è solo l’ultimo riconoscimento – fino ad ora certamente il più prestigioso – che va ad aggiungersi al già formidabile curriculum di Xavier Dolan. Classe 1989, l’enfant prodige canadese finisce ex-aequo con il mostro sacro per antonomasia, Jean-Luc Godard che, grande assente sulla Croisette, a ottantatré anni, sperimenta il 3D in “Adieu au langage”, proseguendo una complessa e rivoluzionaria ricerca “segnica” sulla/e forma/e dell’audiovisione. Più o meno deliberato che sia, quello dell’eterogenea giuria di Jane Campion è un verdetto singolare che, oltre a sorprendere, lascia ben sperare per il futuro della settima arte.

Questo non vuol dire che “Mommy” sia un lavoro impeccabile. Al contrario, conferma sfacciatamente tutti quei difetti che i più critici ravvisavano già nelle prove precedenti del talentuoso québécois. Difetti che consistono soprattutto in una sovraeccitazione narrativa quasi isterica portata, il più delle volte, verso un semplice accumulo di climax e sequenze madre, senza apparentemente preoccuparsi di giustificare molte delle scelte registiche o di dare un assetto organico alle tante, spesso portentose, evoluzioni visive, inanellate senza soluzione di continuità. Inoltre, mai come in questo film, il rischio di inciampare in una retorica pietistica, mostrandosi semmai troppo indulgente nei confronti dell’umanità disastrata che si vuol raccontare, è dietro l’angolo.

Eppure, non c’è un solo momento in cui “Mommy” sia furbo, finto o ruffiano. Anzi, la sincerità con cui il regista scandaglia questo turbolento rapporto madre-figlio, spezzettandolo, ricomponendone i cocci e poi infrangendolo di nuovo, lo mantiene in equilibrio tra l’ironico e il dolente. E ricorda tanto “J’ai tué ma mère“, quella sghemba e brillante autobiografia con cui, appena ventenne, aveva esordito nella Quinzaine des Réalisateurs, mostrando con affettuosa crudeltà i continui conflitti che tormentavano la convivenza di un adolescente omosessuale con la figura materna. In quel caso, a vestire i panni dell’impetuoso protagonista era lui stesso e il matricidio paventato dal titolo restava, ovviamente, un’iperbole, destinata a sgonfiarsi con la riconciliazione conclusiva. Qui, molte di quelle dinamiche e schermaglie si ripetono, altre, cambiando la natura e il campo d’azione dei personaggi, mutano, rovesciandosi o inasprendosi.

L’irruenza inarginabile di Steve dipende da un deficit comportamentale, l’iperattività, che gli impedisce qualsiasi tipo di autocontrollo. Diane, mamma maldestra, sola e senza lavoro, dopo averlo prelevato dall’ultimo riformatorio in cui era stato rinchiuso, tenta in tutti i modi di accudirlo con le proprie limitate risorse. In suo aiuto, interviene una timida e balbuziente vicina di casa, professoressa in aspettativa, che con fare missionario impartisce qualche lezione a Steve, mentre Diane si barcamena alla ricerca di un’occupazione. Non basta qualche fugace sprazzo di speranza per cambiare un destino già scritto: i sogni materni di un futuro migliore si scontreranno ineluttabilmente con la dura realtà, in un Canada dove una legge fittizia permette ai genitori di scaricare i figli ingestibili in istituti di recupero.

Nessun lieto fine, dunque. Ciononostante la deriva esistenziale di questo nucleo familiare allargato, pur raggiungendo intensissime punte drammatiche, anziché chiudersi nel più cupo e disperato pessimismo, si trasforma paradossalmente in sprone alla libertà e all’azione. E la forza dell’inestinguibile vitalismo che permea la pellicola sembra proprio derivare dalla reattività, dalla spavalderia e dalle ridondanze che, poco sopra, le si rimproveravano. Infatti Dolan, autore a tutto tondo che da sempre ama ibridare i suoi lavori con la grammatica dei videoclip, riesce a piegare alle proprie esigenze espressive anche le sottolineature e le manipolazioni più appariscenti, le stesse che, in mano ad altri, scadrebbero semmai nella pacchianeria. Col suo sguardo già esperto, ma comunque fresco, versatile e mai incoerente, è capace di rendere l’effimero necessario. Alla luce di questo discorso, pure la durata fluviale, ingiustificata dall’esilità delle linee narrative (al contrario di quanto accadeva nel poderoso melodramma “Laurence Anyways” che copriva l’arco temporale di un decennio), diviene un mezzo indispensabile per aumentare la superficie di contatto tra pubblico e personaggi.

E per capire quanto bene vuole Dolan alle sue fragilissime creature, basti notare come le riprende, con l’agile leggerezza dei movimenti di una macchina da presa che scivola inquieta, di dettaglio in dettaglio, per carezzare quei volti e al contempo sondarne i moti dell’animo. Gli inevitabili sbandamenti di questa maratona di affetti si traducono, poi, in una splendida variabilità tonale che vira dai caldi interni domestici, a cromie prima acide e contrastive poi livide, nei frangenti più gravi e sconsolati. Allo stesso modo, la scelta dell’1:1, formato atipico e coprente (associato dai più agli schermi stretti e lunghi degli smartphone), genera una spazialità angusta che ingabbia le figure, iscrivendole nei bordi stretti dell’inquadratura, e poi si spalanca, per mano dello stesso protagonista, e lascia l’immagine libera, insieme a coloro che la abitano, di spandersi fino ai limiti dello schermo.

Di questo cinema palpitante e ardimentoso, senza dubbio imperfetto ma tracimante di vita e di passione, non si può che aver bisogno. E nel caso di Dolan – ne siamo sicuri – il meglio deve ancora venire.

19/06/2014

Cast e credits

Durata
139'
Produzione
Xavier Dolan
Sceneggiatura
Xavier Dolan
Fotografia
André Turpin
Montaggio
Xavier Dolan
Musiche
Noia
Costumi
Xavier Dolan

Trama

Diane, una madre sola e senza lavoro, tenta di predersi cura di Steve, figlio ingestibile, affetto da un disturbo di iperattività. Una timida e balbuziente vicina di casa tenta di darle una mano, impartendo qualche lezione al ragazzo.
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