Uno, nessuno, 75 volti del cinema asiatico. Per concludere col Far East Film Festival 2026

06-05-2026

Se nell’editoriale consuntivo di due anni fa si era riflettuto sulla molteplicità di proposte, forse addirittura eccessiva, della ventiseiesima edizione del Far East Film Festival e in quello dedicato all’edizione 2025 si era invece segnalata una ritrovata maggiore coerenza fra tematiche e film in competizione, non si può che introdurre lo speciale a conclusione della ventottesima edizione della kermesse udinese riflettendo su come gli organizzatori quest’anno siano riusciti a far collimare i due approcci. La molteplicità stessa, di volti, di prospettive, di generi, di pellicole, è d’altronde stata il tema centrale dell’edizione del FEFF appena conclusa fin dall’annuncio dell’illustrazione cui è attribuito il compito di simboleggiare, come ogni anno, il festival, in questo caso un mare di facce realizzato dall’illustratore statunitense Andy Rementer. Non resta quindi che perdersi fra i 75 film dall’Asia orientale arrivati a Udine in quest’occasione, in un’altra annata con numeri da non dimenticare.

Wim Wenders e Yakusho Kōji, Gelso d’oro alla carriera al FEFF 2026

Con quasi 240 ospiti d’onore, circa 70 mila spettatori e oltre 2000 accreditati è difatti difficile negare la continua crescita, quanto meno dal punto di vista numerico, del Far East Film Festival, capace di trasfigurare ogni anno per una settimana e mezza una piccola città del Nord-est italiano in un coacervo di cultura pop asiatica. Se di questo si sono giustamente vantati gli organizzatori del FEFF nel loro di editoriale consuntivo, al sottoscritto viene facile segnalare che in un’edizione fondata sull’accumulo di numeri fin dal concept si siano moltiplicate anche le figure iconiche del cinema asiatico premiate col Gelso d’oro alla carriera. Ben tre, molto diverse, personalità cinematografiche hanno infatti ricevuto questo premio esclusivo: il leggendario attore giapponese Yakusho Kōji, il quale l’ha ricevuto direttamente dalla mani di Wim Wenders che l’ha diretto in tempi recenti nel cult “Perfect Days” (ovviamente riproposto al Teatro Nuovo “Giovanni da Udine”); il coreografo e regista d’azione Yuen Woo-ping, autore delle coreografie di numerosi film hongkonghesi (ma anche di pellicole hollywoodiane come “The Matrix“); l’attrice e celebrity cinese Fan Bingbing, volto più pop dell’industria audiovisiva cinese negli anni 2000, poi reinventatasi come attrice di film d’autore internazionali dopo alcuni problemi con la legge in Cina.

“Fujiko”

Vari problemi hanno funestato l’ultima serata della kermesse udinese, dalle questioni tecniche che hanno reso complicata la proiezione del film di chiusura, il remake vietnamita di “One Cut of the Dead” “Blood Moon Rite 8” di Phan Gia Nhat Linh, ad alcune esitanze durante le premiazioni, motivate in parte da un sistema rinnovato di valutazione dei voti del pubblico, da sempre il principale giudice del Far East Film Festival. Lo stesso pubblico pare non aver però sofferto queste difficoltà, giudicandole giustamente coerenti con la natura da sempre imprevedibile del festival. Il bello della diretta, come si suol dire. E parlando di sorprese e votazioni, non si può che iniziare a discutere i film vincitori dell’Audience Award partendo stavolta dal punto più basso del podio, ovvero dall’ex aequo a quattro (!) per il Gelso di cristallo, premio che è andato al sino-hongkonghese “Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert” di Yuen Woo-ping, ai sudcoreani “My Name” di Chung Ji-young e “The King’s Warden” di Chang Hang-jun e al vietnamita “Tunnels: Sun in the Dark” di Bui Thac Chuyen.

“The Seoul Guardians”

Il Gelso d’argento se l’è invece meritato un’altra pellicola sudcoreana, ovvero il documentario (il primo di sempre nel concorso ufficiale) “The Seoul Guardians” di Kim Jong-woo, Kim Shin-wan e Cho Chul-young, cronaca del tentato auto-golpe del 3 dicembre 2024 che ha vinto anche il Black Dragon Award, attribuito dal pubblico di professionisti dell’industria ed esperti di cinema asiatico che partecipano al FEFF. Anche in questo caso si parla di un ex-aequo, che ha visto premiato anche lo sfaccettato dramma di affermazione femminile “Fujiko” del giapponese Kimura Taichi, vincitore inoltre del premio più ambito, il Gelso d’oro che va al film più votato dal pubblico. Non ci sono stati ex aequo nelle altre premiazioni, sebbene sia il Gelso bianco alla miglior opera prima, andato all’originale thriller hongkonghese “Unidentified Murder” di Kwok Ka-hei e Jack Lee, sia il Premio per la miglior sceneggiatura, attribuito al già citato “Tunnels: Sun in the Dark”, abbiano visto due menzioni onorevoli, rispettivamente “The Seoul Guardians” e “We Are All Strangers“, film d’apertura diretto dall’esperto regista singaporeano Anthony Chen. Conclude la rassegna sui premi il Gelso viola, con il remake live action del cult di Shinkai Makoto “5 Centimeters Per Second” che è stato votato dal pubblico che segue il festival in streaming su MyMovies One.

“The King’s Warden”

Passando invece all’approfondimento delle varie selezioni nazionali che hanno preso parte all’ultima edizione del Far East Film Festival è difficile non segnalare il numero mai così alto di pellicole provenienti dal Sud-est asiatico, ben 16 (in sostanza quasi il doppio anche delle singole cinematografie più influenti). Poche delle industrie “minori” dell’Asia hanno difatti mai portato al FEFF più pellicole del Vietnam, che vanta una selezione di quattro film, ai cui già citati “Tunnels” e “Blood Moon Rite 8” si aggiungono l’apprezzato melò “Ky Nam Inn” di Leon Le e l’action ad alta quota “Hijacked” di Ham Tran. Restando nella parte continentale del Sud-est asiatico si passa alla Thailandia, alternante come sempre horror folklorici sopra le righe (“Tha Rae: The Exorcist” dell’aficionado Taweewat Wantha), dramedy enfie (anche troppo) di buoni sentimenti (il film a episodi “Gohan” di Chayanop Boonprakob, Baz Poonpiriya e Atta Hemwadee) e action-thriller urbani (“The Last Shot” di Puttipong Nakthong).

“Tunnels: Sun in the Dark”

Lasciando il continente e raggiungendo l’arcipelago della Sunda si arriva in Malaysia, da cui vengono solo due pellicole, ambedue assimilabili a una sorta di realismo magico d’autore, sia nella chiave coming of age di “The Fox King” di Woo Ming Jin sia in quella più intensa e inserita nello svolgersi della Storia (ma anche più fantastica, paradossalmente) di “Mother Bhumi” di Chong Keat Aun, con una grande Fan Bingbing. Pellicole più onestamente di genere sono le indonesiane “Dopamine”, thriller con venature di romanticismo di Teddy Soeria Atmadja, e “Ghost in the Cell“, ennesimo giocattolone perfettamente calibrato (mai così politico, però) del veterano Joko Anwar. Optano invece per una via più drammatica sia le Filippine, con il raggelante esordio d’autore “Filipiñana” di Rafael Manuel a brillare nella selezione proveniente da Manila, sia Singapore, da cui proviene il premiato film d’apertura “We Are All Strangers”, fluviale dramma famigliare intergenerazionale, così come un’opera più modesta come “The Old Man and His Car” di Michael Kam.

“We Are All Strangers”

Parlando di filmografie “minori” all’interno del vasto mondo cinematografico dell’Asia orientale non si può che menzionare Taiwan, che al netto delle sue dimensioni ridotte è stato capace di portare quest’anno in concorso al FEFF una selezione di ben sei pellicole (per la cronaca, quante la madrepatria cinese e la superpotenza audiovisiva sudcoreana). Dal film animato (in un’edizione che ne ha visto ben tre in concorso) “A Mighty Adventure” di Toe Yuen fino all’esplosivo wuxia-commedia-thriller politico “Kung Fu” dell’aficionado Giddens Ko sono molti i generi sondati dai cineasti della “provincia ribelle”, sebbene siano le diverse anime del cinema drammatico a essersi distinte nella selezione taiwanese. Che si parli del cupissimo dramma su traumi generazionali e dolori insuperabili “Deep Quiet Room” di Shen Ko-shang, del bell’esordio in quel di Macao “I Blew Out the Candles Before Making a Wish”, di Chao Koi-wang e Hu Chin-yen o del viaggio “neorealista” ai tempi del Terrore bianco “A Foggy Tale” di Chen Yu-hsun il passato e la difficoltà di venire a patti con esso paiono essere al centro dei film taiwanesi in competizione a Udine.

“A Foggy Tale”

Non altrettanto ispirata pare la quasi mai così minuta selezione proveniente dalla Cina continentale, al cui interno si distinguono soprattutto esordi dalle dimensioni ridotte e dalla sensibilità più internazionale come “Linka Linka” di Kangdrun e ancora più “Jet Lag in Summer” di Yan Kunao o pellicole realizzate in collaborazione con l’industria cinematografica hongkonghese, ad esempio l’adrenalinico e compulsivo “The Shadow’s Edge” di Larry Yang o l’ultima opera del maestro Yuen Woo-ping “Blades of the Guardians” (quest’ultima considerata in realtà come parte della selezione di Hong Kong). Una pellicola come la commedia con Jackie Chan che interpreta un anziano affetto da Alzheimer “Unexpected Family” dell’esordiente Li Taiyan rappresenta con più efficacia la tipica produzione del gigante asiatico, ma evidenzia forse anche il momento di stanca in cui quest’ultima si trova durante un simile periodo di riduzione delle pellicole realizzate (dopo gli apici post-pandemici del 2023 e 2024).

“Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert”

Un altro paese che a quest’ultima edizione del Far East Film Festival ha portato una selezione di pellicole più compatta del solito, con risultati però ben diversi, è la Corea del Sud. Fra le sei pellicole provenienti dalla penisola sul Mar del Giappone ben tre sono state premiate, una addirittura più volte (il documentario sul tentato colpo di mano dell’ex-presidente Yoon Suk-yeol “The Seoul Guardians”). L’intenso dramma storico-famigliare sulla memoria “My Name” di Chung Ji-young e l’efficace dramma in costume venato di commedia “The King’s Warden” di Chang Hang-un fanno infatti parte dell’affollato quartetto che ha ottenuto il Gelso di cristallo in ex aequo, lasciando il compito di raccontare le mille sfumature del cinema sentimentale e del coming of age agli altri tre film in competizione: “Number One” di Kim Tae-yong, “Once We Were Us” di Kim Do-Young e “The World of Love” della habituée del festival udinese Yoon Ga-eun.

“My Name”

Si arriva infine a quelli che sono stati i pesi massimi (almeno dal punto di vista numerico) della presente edizione del FEFF, in primis Hong Kong, la quale, oltre a vantare il terzo post ex-aequo per la già citata co-produzione con la Cina “Blades of the Guardians” (per chi scrive il miglior wuxiapian contemporaneo visto a Udine negli ultimi anni), porta a casa il premio per la miglior opera prima con l’inventivo “Unidentified Murder” di Kwok Ka-hei. Il risultato può dirsi facilitato dal fatto che gli esordi componessero buona parte della selezione hongkonghese, passando dal fantascientifico “Measure in Love” di Kung Siu-ping all’action notturno “Road to Vendetta” di Njo Kui-ying, senza dimenticare l’ambizioso film animato “Another World” di Tommy Ng. Fra i nove film di origine hongkonghese hanno trovato ovviamente spazio anche le opere di prolifici veterani come Herman Yau (l’action più drammatico del solito “We’re Nothing at All”) e Philip Yung (il sorprendentemente leggero “The Snowball on a Sunny Day”).

“Unidentified Murder”

Conclude la sezione clou dello speciale consuntivo sul Far East Film Festival 2026 la rassegna sulle opere giapponesi in concorso, partendo col premiato esordio dell’artista visuale Okuyama Yoshiyuki “5 Centimeters Per Second“. Da un adattamento live action di un cult dell’animazione giapponese si passa all’anime d’autore “The Last Blossom” di Kinoshita Baku, ultimo esponente della mai così ricca (seppur ancora ridotta) selezione di opere d’animazione in competizione per l’Audience Award. Meritano menzione fra le pellicole provenienti dal Giappone il Gelso d’oro “Fujiko” di Kimura Taichi, a riprova di quanto i drammi sull’emancipazione femminile (meglio se ambientati nel passato) siano competitivi per i premi della kermesse udinese e il crudo dramma nella comunità LGBT+ nipponica “Tiger” di Anshul Chaudan. Paiono invece meno brillanti le opere dei veterani Hiroki Ryūichi (il divertissement fuori tempo massimo “The Sickness Unto Love”) e Yoshida Keisuke (l’affine, e ancora meno riuscito e più datato, “Unchained”).

“5 Centimeters Per Second”

Se in passato si è assistito a edizioni del Far East Film Festival in cui retrospettive e rassegne equivalevano a più di un terzo, se non addirittura a quasi metà, delle pellicole mostrate a Udine, quest’anno è impossibile non sottolineare che i film presenti fuori concorso sono decisamente meno della metà di quelli in competizione per l’Audience Award. La causa principale di ciò sta nella mancanza di un fil rouge attorno a cui costruire una rassegna tematica, come furono quelle sul “cinema da FEFF prima del FEFF” nel 2023 e nel 2024 o quella sulle creature del folklore asiatico nell’edizione passata, spingendo ad accompagnare recenti opere di culto (o aspiranti tali) come il cinese “Resurrection” di Bi Gan, l’hongkonghese “Ciao UFO” di Patrick Leung e i giapponesi “Kokuho” di Lee Sang-il e l’ultima opera del prolifico maestro Yamada Yōji “Tokyo Taxi” a pellicole leggendarie come lo slasher hongkonghese “Love Massacre” del grande Patrick Tam e l’iconico kaiju eiga “Gamera” di Yuasa Noriaki.

“Love Massacre”

Se almeno la presentazione del restauro in 4K di “Hula Girls” (film di pre-apertura, tra l’altro) è giustificata dalla presenza di un altro film di Lee Sang-il, poi pure uscito nelle sale italiane (appunto, “Kokuho“), quella del restauro di “Chilsu and Mansu” del sudcoreano Park Kwang-su pare essere stata decisa in maniera estemporanea in seguito alla dipartita dell’attore protagonista Ahn Sung-ki. Restano in ogni caso le limitate immersioni negli anni 80 filippini col brutale poliziesco “In the Wink of an Eye” di Mike De Leon e il sorprendente dramma LGBT+ “Macho Dancer” del padrino del cinema filippino Lino Brocka e negli anni 60 taiwanesi con la plurilingue commedia degli equivoci “Good Neighbors” del sempre soddisfacente Li Hsing e l’invece involontariamente comico musicarello “Love Never Ceases” di Shao Lo-hui (cui va aggiunto il bel dramma psico-fantastico “Connection by Fate” di Wan Jen del 1998).

“Good Neighbors”

Si è accennato poco sopra agli omaggi, e difatti una buona parte delle pellicole fuori concorso portate a Udine quest’anno (oltre a una ormai prevedibile coppia di documentari) è stata inserita nella retrospettiva dedicata al Gelso d’oro alla carriera Yakusho Kōji. Se questa rassegna ha visto soprattutto pellicole recenti col grande attore raggiungere gli schermi del Teatro Nuovo “Giovanni da Udine” e del cinema Visionario, come il già citato “Perfect Days” e il post-yakuza eiga (mi si passi il neologismo) “Under the Open Sky” di Nishikawa Miwa, c’è stato comunque spazio per la memorabile commedia del 1985 diretta da Itami Jūzō “Tampopo” e per il classico “L’anguilla” di Imamura Shōhei, Palma d’oro al Festival di Cannes nel 1997. In mezzo, a dimostrazione della versatilità dell’attore nipponico, uno dei migliori film di Miike Takashi degli ultimi 20 anni, il violento chambara eiga13 assassini“, e l’apprezzato poliziesco “The Blood of Wolves” di Shiraishi Kazuya.

“13 assassini”

Proprio la breve retrospettiva dedicata a Yakusho Kōji, mostrante il carattere sfaccettato delle interpretazioni dell’attore giapponese, permette di ritornare al tema centrale di questa edizione del Far East Film Festival, e a quello da cui era cominciato il presente articolo, ovvero la molteplicità di prospettive e la presenza di molti volti del cinema asiatico presentati a Udine (interessante a questo proposito riflettere sull’interpretazione trasformativa dell’altra attrice premiata alla carriera, Fan Bingbing, in “Mother Bhumi”). Si può rischiare di essere travolti dalle oltre 50 pellicole giunte in concorso a Udine (senza menzionare le 23 fuori dalla competizione), la cui molteplicità può farsi soffocante, come il minutaggio monstre (spesso oltre le due ore) di molti dei film presenti al festival, soprattutto nell’ultima giornata, ma si può anche accettarla come un invito a immergersi in questi mondi (cinematografici) altri, con cui stabilire magari connessioni insperate.

“L’anguilla”

Chiudendosi col remake proveniente dall’industria audiovisiva d’Asia in più rapida ascesa (quella vietnamita) di un film venuto invece dalla più longeva cinematografia della regione (quella nipponica), ed entrato nella storia del cinema proprio grazie all’Audience Award vinto nel 2018, il Far East Film Festival 2026 ha voluto veramente tracciare nuove rotte nel mare magnum del cinema dell’Asia orientale e sud-orientale, rimanendo però strettamente legato alle proprie radici. E mentre la trentesima edizione si avvicina (lo sarebbe già la prossima, considerando l'”edizione zero” dedicata solo al cinema di Hong Kong, peraltro a 30 anni dallo Handover) si comincia finalmente a cogliere quanto la kermesse friulana sia veramente “andata avanti” in questi anni post-pandemici, ampliando i suoi orizzonti e quelli del proprio pubblico (finalmente vengono premiati documentari e film dal Sud-est asiatico). Non resta quindi che aspettare di perdersi nuovamente tra una selva di volti, in una selva di pellicole, provenienti da migliaia di chilometri di distanza, in un futuro così lontano, così vicino.

P.s. anche quest’anno non posso esimermi, in conclusione, dall’omaggiare chi mi ha aiutato a coprire per OndaCinema il Far East Film Festival, ovvero il buon Gabriele Nanni, col quale ho avuto modo di discutere dal vivo riguardo ai film visti a Udine. Allo stesso modo non possono mancare di ringraziare anche mia sorella per il continuo confronto sulle pellicole della kermesse.