Backrooms

Backrooms


Kane Parsons

Horror | Canada, Usa
(2026)

Le storie spaventose nascono e si diffondono fin da quando l’umanità si riuniva intorno a un fuoco a raccontarsele. Fiabe e leggende sono sempre esistite e hanno cambiato forma e modalità distributive nel corso dei secoli. Le attuali leggende metropolitane crescono nel web e l’ultima versione di questo fenomeno sono le creepypasta, definizione composta di due parole inglesi, che indicano il creare, copiare e diffondere immagini, foto o video spaventosi. Le backrooms sono una di queste: immagini di luoghi isolati, vuoti, di edifici industriali, magazzini, che incutono spavento.

Il giovanissimo Kane Parsons (classe 2005) ha contribuito notevolmente a questa nuovo fenomeno con il nome d’arte di Kane Pixels, dando vita a una webserie di cortometraggi visibili sul suo canale YouTube  composta da falsi found footage, brevi filmati di perlustrazione di ambienti interni, desolati e desolanti, in cui la cinepresa si muove in modo convulso e caotico, dove il colore giallo diventa elemento visivo autonomo e ipnotico, tanto quanto i rumori dei movimenti di uomini in tuta che perlustrano una realtà post apocalittica.

“Backrooms” è il primo lungometraggio di Parsons e parte da qui, da questo mondo e da queste sperimentazioni visive e narrative che sono cresciute nel web. È  interessante notare che anche un altro giovane regista emergente come Curry Barker provenga dallo stesso mondo degli youtuber, anche se con esperienze completamente diverse, ma accomunati dall’utilizzo e dallo sfruttamento dei medesimi canali e strumenti creativi.

Ma se Barker, con il suo recentissimo “Obsession”, s’inserisce all’interno della classicità del genere horror, innestandolo con uno stile ironico e una nuova violenza visiva, spinto dalla produzione Blumhouse, Parsons si muove in un perimetro più impalpabile ed etereo, vicino a un certo cinema del cosiddetto elevated horror di Ari Aster, Robert Eggers o Jordan Peele, a modalità viste anche in “Skinamarink”, dove però lì c’erano tutte le sfumature del buio a essere protagoniste e in cui la presenza umana era quasi invisibile. Invece, in “Backrooms”, con dietro la casa di produzione A24, la stessa di Aster e di un cinema indipendente, anche di genere, con temi e realtà marginali o comunque periferici, e sotto l’egida di produttori come James Wan (creatore del ciclo di “Saw” e “The Conjuring“) e di Oz Perkins (“Longlegs”, “Keeper”), Parsons utilizza due attori del calibro di Chiwetel Ejiofor e di Renate Reinsve (appena vista in “Sentimental Value”) che sono i protagonisti assoluti e rendendo fruibile la visione a un pubblico più vasto possibile e che non deve per forza conoscere tutte le fonti, rappresentando “Backrooms” una prima prova di grande spessore visivo e cinematografico.

Clark (Ejiofor) è un uomo in crisi profonda, ha divorziato e perso la casa, architetto mancato, lavora in un grande mobilificio in un centro di uffici e negozi nella contea di Santa Clara in California. Va regolarmente dalla dottoressa Mary Kline (Reinsve) in sedute psicologiche in cui cerca di elaborare la rabbia creata dal divorzio conflittuale con la ex moglie e che lo rende una persona instabile emotivamente, piena di rancore e che scarica i propri fallimenti sugli altri. Anche la Kline ha un vissuto complesso, figlia di una madre schizofrenica che le proibiva di uscire da casa, trasformata in una prigione in cui si autorecludevano. Dopo il ricovero coatto della madre, la decisione di intraprendere lo studio della psicologia e percorrere la pratica della professione, in un certo senso, diventano un rifugio per la razionalizzazione e la comprensione dei propri traumi infantili.

Due persone che sono, da un lato, il simbolo dell’instabilità mentale ed emotiva e, dall’altro, quello della ricerca di un difficile equilibrio psicologico. Così, le backrooms, che Clark scopre nella sala sotterranea del negozio, è una realtà altra, una dimensione mentale che si (ri)produce attraverso la partenogenesi dei traumi delle persone. Al di là di flashback esplicativi della storia personale della dottoressa Kline e delle sedute di analisi tra lei e Clark, la sceneggiatura divide sostanzialmente la storia in due parti: la prima, in cui Clark è il protagonista, alla scoperta e perlustrazione degli ambienti scaleni, silenziosi, semideserti, disseminati di mobili, sedie, oggetti fusi con il pavimento, in una sorta di mondo escheriano; una seconda, dove Mary Kline è messa in primo piano dopo la scomparsa dell’uomo, diventando l’artefice dello sviluppo narrativo e il motore del movimento cinematografico all’interno di un paese delle meraviglie horror. Così, la dottoressa, come Alice, attraversa la soglia invisibile disegnata sul muro del mobilificio, entrando nel mondo dove Clark si è rifugiato e ha contribuito a creare nuovi mostri. Ma da probabile vittima, Mary riesce a combattere contro la mente malata di Clark e a fuggire dalla dimensione dietro il muro.

“Backrooms”, in modo plastico, rinnova la messa in scena lynchiana, con uno spazio che è al medesimo tempo materico e mentale. Fin dalla topografia in cui vivono i personaggi, quella contea di Santa Clara che, per la sua conformazione geografica di un’urbanità diffusa e senza un centro, è già nativamente un nonluogo, secondo la definizione di Marc Augé, il centro commerciale che si espande in orizzontale, con il grande parcheggio anemico di automezzi, e il mobilificio al centro dell’inquadratura, appare la sineddoche di nonluoghi tutti uguali – centri commerciali, aeroporti, stazioni – in cui l’identità è sfumata e tutto si sovrappone, si replica in peggio.

Le backrooms compongono un labirinto, uno spazio alterato che rappresenta un “nonluogo mentale”, in questo senso un inconscio collettivo junghiano in cui sono replicati e condivisi i mostri prodotti dai traumi degli individui. L’altro aspetto, quindi, è la rappresentazione della malattia mentale di Clark, affetto da un’isteria che, seguendo Freud, è causata in Clark dalla sequela di traumi affettivi (sessuale, coniugale, professionale, relazionale). Clark si rinchiude nella backroom, cioè collassa all’interno della sua mente e Kline non può far altro che certificarne la morte.

Parsons mette in scena questo dramma psicologico già con una certa maestria registica e direzione del cast che denotano maturità nella visione progettuale. Ad esempio, l’utilizzo dei video vhs inseriti prima come elemento esterno, poi innestati nel corpo filmico con soggettive e movimenti di macchina in un montaggio sincopato, denotano una volontà di plasmare il mezzo cinematografico per creare l’effetto orrorifico voluto. Così come il world building anomico è tradotto in una scenografia fittizia che rende perfettamente l’angoscia della visione, immersa in una luce artificiale avvolta nel colore giallo che eccita parossisticamente l’occhio dello spettatore. E tutti questi elementi sono collegati e integrati con eleganza per rendere la suspense continua e che non si scioglie in modo definitivo nemmeno nel finale.

Dopo Curry Barker con “Obsession”, con “Backrooms” assistiamo alla nascita di un nuovo talento registico tout court che va al di là di qualsiasi discorso sul genere ma che apre nuove prospettive al cinema contemporaneo.

28/05/2026

Cast e credits

Titolo Originale
Backrooms
Distribuzione
I Wonder Pictures
Durata
110'
Produzione
21 Laps Entertainment, A24, Atomic Monster, North Road Films
Sceneggiatura
Will Soodik
Fotografia
Jeremy Cox
Scenografie
Danny Vermette
Montaggio
Greg Ng
Musiche
Kane Parsons, Edo Van Breemen
Costumi
Mica Kayde

Trama

Clark è un architetto fallito e in crisi per il difficile divorzio dalla moglie. Vive e lavora in un grande negozio di mobili ed è in cura presso la psicologa Mary Kline. Sempre arrabbiato per la sua situazione personale e per il lavoro, una sera scopre che nel muro nel salone sotterraneo al negozio c’è un passaggio intradimensionale che lo porta in un mondo criptico e silenzioso. Inizia a esplorarlo fino a incontrare i propri demoni.
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