Rosebush Pruning

Rosebush Pruning


Karim Aïnouz

Dramedy, Grottesco | Germania, Italia, Spagna, Uk
(2026)

Diretto da un regista affermato, habitué dei festival, come Karim Aïnouz e forte di un cast composto da nomi noti, se non notissimi, “Rosebush Pruning” può tranquillamente essere considerato fra i film più attesi e più accessibili presentati quest’anno in concorso a Berlino, raccontando l’ennesimo tracollo di una famiglia alto-borghese con uno stile pop ed enfatico. Il primo film propriamente europeo del regista de “La vita invisibile di Eurídice Gusmão” si inserisce con scioltezza nel filone delle pellicole che mostrano il Vecchio mondo come una sorta di buen retiro per straricchi d’altri continenti (in questo caso statunitensi, ça va sans dire), impegnati solo a lasciarsi andare alle proprie passioni o ossessioni in regge isolate o party mondani. Non stupisce neanche il diverso uso degli spazi fra gli ambienti popolati dalla ricca famiglia protagonista, un enorme villa dentro cui la macchina da presa si muove in maniera geometrica, e quelli abitati dagli altri, come l’appartamento in cui il primogenito Jack incontra la fidanzata musicista Martha, rappresentato solitamente con inquadrature statiche, in cui alla macchina da presa non è data la possibilità di volteggiare.

Più curioso è però il fatto che il registro del racconto non muti in modo particolare fra i due tipi di ambienti, con le medesime conversazioni sopra le righe dalle ambizioni satiriche, le quali accomunano evidentemente tutte le classi sociali nel mondo creato da Karim Aïnouz (si pensi alla surreale conversazione tra Jack e Martha sull’acquisto di una nuova villa solo per sé). Similmente anche l’unico possibile spazio intermedio fra il mondo degli straricchi e quello di chi non lo è, ovvero la villetta in cui [SPOILER] si è rifugiata la madre dei protagonisti dopo aver finto la propria morte, si vede presto negata qualsiasi funzione di tramite, venendo rappresentato in maniera simile alla grande villa, nonostante gli spazi siano ben diversi (a eccezione dell’ampio giardino, in cui buona parte dell’azione nella villetta si sviluppa). Tali scelte appaiono in realtà coerenti quando si considera l’approccio epidermico, sfacciatamente superficiale, della pellicola: in un’opera in cui gli abiti (d’haute couture, ovviamente) sono uno degli argomenti principali di discussione e riflessione l’importanza di ciò che sta all’interno, a come si utilizzano gli spazi e a come il significato emerge da questi, è trascurabile, rilevante semmai per istituire rapidi contrasti superficiali, da non approfondire.

Si potrebbe arguire che nel mondo fatuo dei protagonisti, fatto solo della soddisfazione dei propri desideri (preferibilmente nei modi più stravaganti), qualsiasi forma di profondità non può avere posto, se non nella forma vacua e quasi parodica degli aforismi del protagonista Ed, i quali introducono la narrazione (fornendo pure il titolo!) e la accompagnano nei suoi momenti più rilevanti. Il ragionamento per chi scrive è però chiaramente fallace, dal momento che non si può criticare la superficialità con la superficialità stessa, la quale finisce semmai per imprigionare “Rosebush Pruning” in un gioco di rispecchiamenti in cui la presunta parodia del mondo dei superricchi diviene semplicemente la parodia di sé stessa. L’ambizione è probabilmente quella di proporre una satira à la Östlund, con “Triangle of Sadness” come plausibile modello di riferimento, accumulando siparietti grotteschi in cui le stranezze dei membri della famiglia protagonista sono messe a nudo e sbertucciate. La scelta però di individuare un protagonista, Ed, e far derivare dalle sue azioni una traiettoria narrativa chiara compromette già il precario equilibrio discorsivo che caratterizzava la pellicola, così come quella di Östlund: subordinando lo sviluppo della seconda metà del film alle macchinazioni del giovane la giustapposizione di quadri grotteschi perde centralità, apparendo semmai come parentesi che rallentano la corsa già sciancata di “Rosebush Pruning” verso il suo finale.

Pur essendoci anche qualche eco sorrentiniano (l’uso frastornante della musica pop ed elettronica per accompagnare i momenti in cui parrebbe meno opportuna, un certo gusto per i ralenti), è per chi scrive più interessante mettere il film di Aïnouz in rapporto con ben altri riferimenti, ovvero la produzione di Luca Guadagnino, che d’altronde si è costruito una carriera sulla rappresentazione di ambienti sociali d’élite e sulle loro eccentricità, siano quelli del mondo dell’accademia, dello sport o delle industrie culturali. È difficile in effetti non vedere dei punti di contatto fra “Rosebush Pruning” e film come “Chiamami col tuo nome“, o ancora più “A Bigger Splash”, sebbene l’elemento grottesco qui sia talmente insistito da rendere impossibile ogni empatia nei confronti dei personaggi principali (anche di quelli più “normali” e a cui il film sembra voler avvicinare chi guarda, come Martha e Jack). Una differenza significativa è infatti il tono della pellicola, che nei film di Guadagnino anche quando diventa grottesco, come in “Io sono l’amore” e “A Bigger Splash”, non compromette la verosimiglianza del racconto e dell’ambientazione, permettendo  così il permanere di una parvenza di realismo, e quindi di realtà, che qui dovrebbe dare senso alla satira (o al tentativo di questa), in quanto non è possibile produrre una rappresentazione satirica di una realtà che non esiste (come quella in cui si muove la famiglia protagonista).

Si arriva quindi all’ultimo grande riferimento di Karim Aïnouz nella realizzazione di “Rosebush Pruning”, cioè il leggendario esordio di Marco Bellocchio “I pugni in tasca“, citato in apertura dei titoli di coda e spacciato addirittura come opera fonte del film del 2026. Sebbene le due pellicole condividano vari elementi della trama, in primis i tentativi di un membro giovane di una famiglia disfunzionale di eliminare i suoi parenti per permettere ad almeno uno di loro di vivere una vita normale, “Rosebush Pruning” arriva a risultati ben diversi, mostrando il piano riuscire anche troppo bene (per il protagonista) ed evidenziando ancora una volta l’inverosimiglianza dell’intreccio. No, guardare a “I pugni in tasca” è utile per comprendere il film di Aïnouz in quanto permette di capire come questo si ponga anche nei confronti della produzione di Guadagnino. La pellicola può difatti essere considerata più vicina a “Suspiria” e alla sua rilettura blasfema del capolavoro di Dario Argento che qualsiasi altra opera del regista siciliano. Laddove però il film del 2018 si serviva dello scheletro del classico per accumulare una serie di suggestioni che permettevano di ottenere un esempio modernizzato ed estremo (e blasfemo, appunto) di quella stessa estetica superficiale ed enfatica che aveva reso l’originale “Suspiria” leggendario, “Rosebush Pruning” non riesce ad aggiornare in alcun modo al 2026 la tragedia espressionista filmata da Bellocchio. Più che come un omaggio blasfemo suona come una bestemmia in una chiesa sconsacrata, senza neanche qualcuno attorno che si possa indignare.

19/02/2026

Cast e credits

Durata
94'
Produzione
Fremantle, In Bloom, Kavac Film, MUBI, Rai Cine, Sur-Film, The Apartment Pictures, The Match Factory
Sceneggiatura
Efthimis Filippou
Fotografia
Hélène Louvart
Scenografie
Rodrigo Martirena
Montaggio
Dávid Jancsó, Heike Parplies, Ilka Janka Nagy
Musiche
Matthew Herbert
Costumi
Bina Daigeler

Trama

Catalogna, presente. In un'isolata villa vive un'eccentrica famiglia di ricchi statunitensi: Jack, Anna, Ed, Robert e il padre. La madre è stata sbranata dai lupi nei boschi. Pasciuti della loro opulenza, i membri della famiglia passano solo il tempo a dedicarsi alle proprio passioni, spesso discutibili. L'unica eccezione è il primogenito Jack, voglioso di fare qualcosa nella vita e impegnato con la musicista Martha. Il più giovane Ed, molto legato al fratello, comincia quindi a escogitare un piano per garantire a Jack la libertà dalla sua ingombrante famiglia.
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